Salame di cioccolato
In passato, credevo che per essere felice mi bastasse solo una fetta di salame di cioccolato … e ne sono convinta tuttora …
Finalmente arrivò il fine settimana. Non vedevo l’ora. Avevo una scusa per rimanere nella mia casetta in affitto, per l’università, da sola, senza le mie due coinquiline. Si preoccupavano troppo, tutti i weekend dovevo tornare a casa, perché avevano paura che mi succedesse qualcosa e, come se non bastasse, la mia famiglia era d’accordo con loro. Ok ero un po’ “sdatta”, ma per un fine settimana non sarebbe successo niente. Questa volta avevo dalla mia parte il fatto che Federica e il suo ragazzo sarebbero stati in città a fare shopping e, prima di partire, sarebbero rimasti a cena con me. Non che l’idea mi entusiasmasse, ma perlomeno non avrei fatto danni con i fornelli. Inoltre le mie vicine di casa erano nel mio stesso corso di matematica e anche loro dovevano restare in città per studiare, così avevamo organizzato un gruppo di studio il pomeriggio della domenica, in modo che il lunedì mattina saremmo state pronte per l’esame di matematica. La sera, prima di cena sarebbero poi ritornate Silvia e Linda. In questo periodo i miei voti si erano abbassati, non riuscivo ad applicarmi come dovevo e di certo il chiasso della mia famiglia non mi avrebbe aiutato a studiare. Se dovevo essere del tutto sincera avevo già studiato alla perfezione e poi la domenica avrei ripassato, quindi per l’esame ero a posto. Non volevo ammetterlo ma i voti erano calati per la mia mancanza di voglia. Adesso avevo messo la testa a posto, mi sarei messa sot … Mi prese quasi un colpo, avevano suonato alla porta, eppure non aspettavo nessuno, chi poteva essere? Forse le studentesse che abitavano nel mio stesso pianerottolo? Oppure … <<Marta!!!>> cosa ci faceva mia sorella sulla soglia del mio appartamento?
<<Sorpresa!>> gridò. Non era una sorpresa per niente. << Sono venuta a portarti questo, il DVD che mi avevi chiesto e adesso devo andare subito via, devo prendere il treno>> Parlava così veloce che non fui sicura di aver colto tutta la frase. Mi baciò velocemente e mi lasciò in mano un borsone.<< Ci vediamo presto, mi raccomando fa la brava. CIAO!>> Quest’ultima parola la urlò mentre scendeva le scale. Sicuramente era stata mandata da mia madre. Infatti non aveva ancora telefonato. In quell’istante suonò il cellulare, non avevo dubbi su chi fosse. <<Pronto >> risposi con un tono di acidità. <<Ciao amore. Come stai? Tutto bene? È passata Marta? Ti ha dato la borsa?>> come al suo solito iniziò a fare un sacco di domande a cui non rispondevo, sapendo che avrebbe concluso col dire << Mi manchi tanto, anche a tuo padre, mi raccomando fa la brava e il prossimo fine settimana torna ok? Ah! Dimenticavo, prepara la borsa con i panni da lavare e dalla a Federica, non dimenticartene, mi raccomando>>
<<Ok, ciao mamma. Ci sentiamo domani>>
<< Chiamami quando ti svegli>>
<<Ok. Ok!>>
<<Ti vog …>> staccai prima che finisse la frase. Era troppo protettiva. Non la sopportavo quando faceva così. Per fortuna riuscii a non pensare a mia madre, non avevo né il tempo, né la voglia. Mi misi a preparare la borsa, prima finivo e prima mi potevo dedicare alle mie cose.
Appena finita le borsa, suonarono il campanello, era Federica. La feci entrare senza troppo entusiasmo, ma lei non colse il mio tentativo di “non ospitalità” e si fece strada da sola verso la cucina. Io dovetti restare con Marco, il suo ragazzo, la persona più disinteressata del mondo, non gli piaceva niente che non fossero oggetti animati da un motore. Così la cena la passai a parlare di motori con Marco e a fare complimenti a Federica per l’ottima cena. Non si accorsero della mia indifferenza nei loro confronti, sapevo come farli felici e mi risparmiai le telefonate disperate di mia madre che chiamò subito dopo per avere una descrizione dettagliata della serate da Federica.
In seguito decisi di prendermi un po’ di relax guardando il film romantico e strappalacrime raccomandato da mia sorella, così da concentrarmi su storie dal lieto fine. Per fortuna mia madre sapeva come farmi venire nostalgia di casa, le bastava mandarmi anche un mini salame di cioccolato. Purtroppo per lei, ero troppo contenta della mia serata in solitudine per pensarci. Il film aveva dato i suoi frutti, per cui non badai al fatto di essere sola, così da andare a letto tranquilla.
Non ero entusiasta di dover studiare di nuovo matematica. Non mi piacevano le materie come matematica, fisica, biologia, o meglio, non mi affascinavano tanto quanto chimica. In passato non mi dispiaceva studiarle, ma la conoscenza della chimica le ha eclissate. Era bello capire le reazioni che in ogni momento, in ogni istante, avvenivano sulla terra, tutto ciò mi prendeva completamente. Non mi ero accorta che nel frattempo avesse iniziato a povere, persa com’ero dai miei pensieri e scrutando le finestre intravidi dei bagliori in lontananza, ma non badai alla cosa, avevo troppo sonno. Così, appena toccai il letto, mi addormentai, senza che i miei pensieri riuscissero a tenere aperta la porta della razionalità. Tuttavia ci fu qualcuno che venne a bussare alla porta dei sogni. Un suono più forte di dieci cannoni che sparavano contemporaneamente a pochi centimetri dal mio orecchio. Quando sentii che dopo ne seguivano altri, decisi contro voglia di aprire gli occhi, sapendo che non mi sarei più addormentata facilmente. Sapevo esattamente di cosa si trattava, ma andai a controllare lo stesso. Appena le mie palpebre si alzarono, una luce fortissima invase la stanza e fu seguita quasi subito da un rumore assordante. Mi piacevano i fulmini, in questi fenomeni si assisteva passivamente a milioni di reazioni chimiche, che la maggior parte delle volte era quasi impossibile riprodurre in laboratorio. Mi piaceva osservarli. Ma questa volta era diverso. Questi mi spaventavano. Il suono era troppo vicino al lampo, ciò voleva dire che il fulmine era caduto vicino, molto vicino, direi in città, e questo non prometteva nulla di buono. Mi avvicinai alla finestra per controllare la situazione nello stesso istante in cui vidi un fulmine abbattersi sul tetto di un palazzo a circa cento metri dal mio. Appena i miei occhi iniziarono a riprendersi dal bagliore, mi accorsi che sul tetto c’era una persona. Automaticamente aprii la finestra, ma un altro fulmine colpì l’edificio dove si era schiantato l’altro. Era troppo pericoloso sporgersi dalla finestra, non era il caso, ma dovevo andare a controllare. Anche se sicuramente non avrei fatto gran che. Diedi un’altra occhiata, rimasi sbalordita, eppure quella persona era ancora in piedi e si mosse, ma un altro fulmine la colpì, senza indugio mi misi le scarpe e corsi giù per le scale. Quando mi trovai vicino al palazzo, scoprii che era chiuso e di certo se avessi suonato non mi avrebbero aperto. Iniziai ad aggirarlo e trovai una scala antincendio, non era sicura, ma non c’era tempo da perdere, perciò salii le scale a perdifiato. Per fortuna la muratura di protezione era alta e riuscii ad affacciarmi al tetto piatto: c’era qualcuno, un uomo, non riuscii a vedere bene. Salire mi fu impossibile, quindi gridai <<SPOSTATI!!!!>>. L’uomo si voltò e mi vide aggrappata. Era sicuramente sorpreso, guardò il cielo e una scarica lo colpì. Incredibile!!!! Non appena le forme iniziarono a distinguersi, lo vidi avanzare verso di me. Man mano che si avvicinava riuscivo a scorgere i lineamenti del volto. Era furioso. Non capivo cosa stesse succedendo. Era stato colpito più volte da un fulmine e stava meglio di me, come era possibile? Non riuscivo a trovare nessuna spiegazione razionale a questo. Mi aiutò a salire sul tetto e io lo guardai in volto. Lo volevo ringraziare per l’aiuto, ma non riuscii ad emettere suoni. Lui mi guardava in un modo spaventoso. Era così che mi immaginai lo sguardo di un assassino che stava per uccidere un testimone. Mentre mi fissava, notai che i suoi occhi erano di un giallo acceso, che in quel buio sembravano illuminare i suoi lineamenti e soprattutto la sua espressione. Ero pietrificata, non riuscivo a non guardare quegli occhi, figuriamoci se avevo la possibilità di mettere insieme una frase di senso compiuto. <<Perché sei quassù?>> non ero sicura di emettere suoni, così aspettai che la sua espressione si ammorbidisse. <<Sai che non dovresti essere quassù? C’è un temporale!>> ma come, io ero lì per salvargli la vita e lui rimprovera me di essere in pericolo. <<Ma …>>, non feci in tempo a finire la frase che mi scaraventò a terra e si spostò di una decina di metri. Una scarica lo colpì in pieno. Alzò un braccio e venne investito di nuovo da un fulmine. Dopo di che si avvicinò piano verso di me, si abbassò e con voce suadente mi chiese << Dove abiti?>> Impiegai qualche secondo prima di rispondere. Non fui sicura di aver finito la frase che una scossa mi invase e non vidi più nulla. L’ultima cosa che ricordavo era la sua mano che si posava sulla mia guancia e la sua espressione cosi bella, serena e rilassata. I suoi lineamenti erano completamente distesi e anche se i contorni del suo viso apparivano piuttosto spigolosi, la dolcezza che emanavano era tale da farmi desiderare che fosse quell’immagine ad accompagnami fin dopo la morte. Mi ricordava la dolcezza stucchevole dello zucchero, mangiato da solo. Un suono fastidioso interruppe i miei sogni, il suono della mia sveglia. Ad aspettarmi accanto alla finestra c’era un ragazzo che aveva più o meno la mia età. Due o tre anni in più. Portava un taglio fuori moda: capelli corti e sparati in aria, biondo cenere. I suoi occhi verdissimi avevano il colore dell’erba in primavera. I suoi lineamenti non erano molto marcati e si distendevano in un’espressione rilassata e in pace. Non ricordavo quel volto, anche se aveva un aspetto familiare. <<Chi … chi sei?>>
<<Ma come?>> Mi parlava come se mi conoscesse da anni, forse ero caduta in coma e non mi ricordavo di lui. Cosa plausibile se si parlava di me. << Forse ci sono andato un po’ pesante>> sembrava parlasse tra se << scusa non volevo, mi dispiace>>
<< Ehm, non volevi cosa? Non ricordo>>
<<Questo!>> fece una smorfia, incredulo <<Davvero non ti ricordi di me??>>
D’improvviso mi ritornò in mente la sera precedente, e una sensazione amara simile al cacao puro mi pervase la bocca. Quei lineamenti contratti in un espressione di rabbia intensa, mi erano familiari, anche se in quel momento erano stati rimpiazzati da un espressione dolce e più familiare. Ricordavo quei occhi gialli e intensi. Come un’ illuminazione ritrovai quel taglio e quell’intensità negli occhi dello sconosciuto. Dovetti guardarlo con una faccia strana e stupita, perché reagì facendo un ghigno. Chissà cosa pensava? <<Allora vedo che ti ricordi >>
<<Si, ma tu.. ehm come hai fatto?...Cioè… come sei sopravvissuto a tutti quei fulmini? >>
<<Non te lo posso dire. Sono qui per scusarmi di ieri sera. Come dire … ti ho ...ehm ..addormentata con una piccola scossa>> Non ebbi il tempo di parlare che si affrettò a spiegare << Non era forte, così leggera da farti solo svenire>> Si tappò la bocca con le mani, capendo che stava peggiorando la situazione. << Per farmi svenire? Ti rendi conto della pericolosità della situazione?>>
<<No, cioè si, ma non ti provocherà danni, te lo prometto>> La sua faccia cambiò espressione << e poi non mi puoi denunciare, non ti crederebbe nessuno>>
<<È per questo che non lo dirò ad anima viva, non sono idiota, terrò la bocca chiusa, almeno finché non trovo una spiegazione plausibile, tu ne hai una?>>
<< Appena la trovo anche io te lo farò sapere, non ti sto mentendo >> Aveva anticipato la risposta alla domanda che intendevo porgli, vedendo la mia espressione scettica << Non riesco a spiegarlo neanche io, come mio padre e il professore>>
<< Spiegati, quale professore? Cosa ti succede quando vieni colpito? Cosa provi?..>>
<<Calma, calma, il professore di fisica e di ingegneria, è un amico di famiglia e quando mi successe la prima volta, aiutò me e mio padre a superare la cosa. Lui mi sta, come dire … ancora studiando>> Non riuscivo a seguirlo, ero anche stupita del fatto che mi stesse raccontando tutto, dovevo ascoltare con attenzione perchè sapevo che non me lo avrebbe più spiegato << Non sento niente, quando vengo colpito è come se comunicassi con loro, diciamo che conversiamo, sono immune alle loro scosse, quindi non è doloroso>>
<<Conversate? Cosa vi dite?>>
<<Parliamo come se fossimo amici, molte volte accennano ad altre persone che hanno conosciuto, dicono che non possono parlare con più di una persona per generazione. Affermano anche che ci sono altre persone come me, che possono parlare con altri elementi, ma non con loro, lo hanno saputo tramite le persone che mi hanno preceduto, che le conoscevano. Parliamo anche di argomenti futili, come la scuola, le persone e anche le ragazze>> Fece un sorrisino.
Si stava sfogando, non potevo perdere quell’occasione, dovevo sapere di più <<Di ragazze?>>
<<Bè, se devo essere sincero ne sanno più di chiunque, hanno parlato anche con donne, non solo con uomini>>
<<Dato che ora conosco il tuo segreto posso … ehm … assistere alle tue ricerche e semmai aiutarti?>>
Ci pensò su un attimo << Credo non ci siano problemi, potresti aiutarci, però tra un po’ dovremmo partire, forse abbiamo trovato una pista>>
<<Davvero?>>
<<Sì, sembra che ci sia un uomo che possiede facoltà simili alle mie>>
Non seppi perché, ma quel ragazzo mi affascinava tantissimo. Forse fu per quello che non mi accorsi di trovarmi in condizioni a dir poco spaventose e che erano le due del pomeriggio.
<< Comunque mi chiamo Blake, lo so, inusuale. Mia madre aveva la fissa per i nomi stranieri>>
<<Non ti preoccupare, io mi chiamo Andrea, mio padre voleva un maschio>> Si mise a ridere e io con lui. << senti, appena mi sono preparata e ho annullato un impegno, vuoi restare a colazione, o meglio, a pranzo?>>
Sembrò rifletterci un istante prima di decidersi.
<<Ok>>
Il pomeriggio scorse in fretta, annullai le ripetizioni in modo da passare più tempo insieme a lui e poterci così raccontare tutto l’un dell’altro, Mi riferì della prima volta che accadde il fenomeno, che lui si era sentito chiamare e adesso era una cosa meccanica, di sua madre, morta prima di quell’evento. Gli raccontai dei casini che combinavo in continuazione, della mia passione sfrenata per la chimica e delle persone iperprotettive che mi circondavano. Fu un pomeriggio piacevole che purtroppo si concluse in imbarazzo, con l’arrivo delle mie coinquiline. Come se non bastasse, oltre ai sospetti che avevano prima del mio incontro con Blake su una presunta relazione, ora che sembravano confermati, si misero a raccontare ogni momento imbarazzante che non ero riuscita a dirgli e a fare battute su di noi. Desideravo sciogliermi come burro al sole, ma sapevo che era impossibile e mi rassegnai all’umiliazione.
Pian piano diventammo amici e insieme al professore facevamo ricerche su ricerche, naturalmente fui attenta a non trascurare la scuola. Mi accorsi di aver trovato ciò che riusciva a eclissare la chimica. Ero troppo felice e iniziavamo anche a fare piani per il viaggio, ma un giorno, origliando lui e il professore, mi resi conto che io non ero compresa nei suoi piani. Il professore non voleva che andassi con loro e insisteva a dire che non dovevo sapere più di quello che sapevo già, perché sarei potevo andare a dirlo in giro e lui sarebbe diventato un fenomeno da baraccone. Non si rendeva conto che lo stavo proteggendo anche io e che non volevo che gli succedesse una cosa del genere. Non avevo il coraggio di affrontarlo, così tornai indietro senza dire niente a nessuno. Quando mi trovai a casa, iniziai a frugare da tutte le parti per cercare qualcosa che mi facesse dimenticare l’accaduto, ma trovai solo un scatola di biscotti. Prima che riuscissero a salvarmi, un’ondata di dolore m’invase, fu in quel momento che mi accorsi di voler più che bene a Blake. I biscotti mi scivolarono di mano e ne pestai uno. In quel momento sentii il mio cuore, che ancora non era riuscito a sbriciolarsi grazie allo shock, scomporsi in un miliardo di pezzi. Fu allora che mi ritrovai sul pavimento a piangere, io mi ero fidata, io che do confidenza difficilmente, ero stata tradita dall’unica persona a cui avevo affidato il mio cuore, l’unica che poteva ricomporlo. <<Andrea che hai fatto? Perché sei andata via?>> Non riuscivo a guardarlo in faccia e scoppiai a piangere di nuovo. Non mi ero accorta che ad assistere alla scena c’erano anche le mie coinquiline, oltre a lui. Si chinò e mi avvolse nel suo abbraccio. Non ero sicura di essere del tutto presente. Mi chiese più volte cosa avessi, ma non riuscivo a rendermi conto di quello che mi succedeva. Sentivo altre voci chiedermi la stessa cosa. Mi ripresi solo quando mi guardò negli occhi, a pochi centimetri dal mio volto << Cosa c’è che non va? Non mi fare stare in pensiero. Ti hanno fatto qualcosa ? Ti hanno aggredito?>> Negai con la testa << Ti prego, perché stai così? Dimmelo>> I suoi occhi erano lucidi, lui che non aveva un attimo di dubbio, che non dimostrava mai il suo affetto, stava per piangere a causa mia. D’istinto lo abbracciai e lui mi strinse ancora di più. << Ho ascoltato la conversazione tra te e il professore>> Riuscii a dire tra i singhiozzi. Mi guardò pietrificato. Poi riprese il controllo e chiese alle mie coinquiline di andarsene. Prese il mio viso tra le mani << Mi avevi fatto prendere un colpo, scommetto che te ne sei andata a metà discussione, è vero, il professore mi ha chiesto di tenerti fuori dalla questione, ma io gli ho risposto che tu ormai fai parte della mia vita e che quindi devi sapere cosa sono, che se non lo avresti scoperto insieme a noi te lo avrei detto. Ormai sei una costante nella mia vita, pensavi che ti avrei tradito così? Ancora non hai capito che non potrei mai farti soffrire? Che se tu sei triste anche io lo sono? Sono legato a te da un legame troppo forte per scioglierlo così>> Dopo quelle parole sprofondai in un altro pianto. Come potevo essere stata così sciocca? <<Senti, asciugati e vieni con me>> Mi portò sul tetto del suo palazzo. Chiuse gli occhi e mi prese la mano. << Ti devo far conoscere delle persone>> In un attimo il cielo si ricoprì di nuvole << Vedi cosa riesco a fare in tua presenza?>> I suoi poteri si ampliavano in mia presenza, non riuscivo a crederci. Dei fulmini iniziavano a formarsi. Prima riusciva solo a comunicarci, non ad evocarli. << Lo abbiamo scoperto poco dopo che ti ho conosciuto, è per questo che ti ho tenuto all’oscuro, avevo paura di farti del male, ma adesso non più, e poi ora che ho te al mio fianco è più facile di quanto credessi>> Mi proteggeva da qualsiasi cosa, ma non pensavo che mi proteggesse anche da se stesso. Mi trattava come la chioccia trattava il suo uovo. Un fulmine si schiantò su di noi, ma percepì solo una piccola scossa. Mi stava presentando i suoi amici, non ci potevo credere, potevo ascoltarli, percepire le loro emozioni, erano felici di conoscermi di persona. Ero al settimo cielo. Anche io avevo chiuso gli occhi, qualcosa prese il mio viso e lo trascinò. Aperti gli occhi mi ritrovai a pochi centimetri dal suo viso. I suoi occhi gialli brillavano di un misto di eccitazione e felicità. Si avvicinò ancora di più, finché non sentii bruciarmi la gola, era simile alla sensazione di un bicchiere di rhum. Ma non mi faceva male, anzi, sentivo l’adrenalina come impazzita. Era una sensazione piacevole, molto piacevole. In quel momento sentii una scossa sovrapporsi e poi qualcosa mi scaraventò a terra, cosa era? Aprii gli occhi e mi ritrovai circondata da altre persone. Quello dai capelli rossicci esclamò << Finalmente ti abbiamo trovato!>> Un uomo sulla trentina lo ammonì con lo sguardo. Sembrava il più esperto e il capo della combriccola, aveva i capelli neri corvino e gli occhi grigi quasi trasparenti. Si avvicinò a Blake. << Sono Javier, lo spirito dell’aria, tu invece sei lo spirito dell’elettricità. Vedo che sei riuscito ad apprendere i tuoi poteri in fretta>> Non capivo bene, ma presumevo che gli altri dovessero essere la persone che come Blake riuscivano a parlare e a controllare gli elementi. Erano più di quanti pensassi. << Ma non sono del tutto sviluppati, cosa riesci a fare oltre ad evocarli?>>
<< Solo parlarci>>
<< Non ci siamo, cavoli! Sei troppo indietro>>
<<Perché?>>
<<È dieci anni che ti cerchiamo disperatamente, solo quando hai iniziato a scatenare piccoli temporali abbiamo cominciato a percepirti e grazie a quello di oggi siamo riusciti ad individuarti. È logico che tu non abbia conosciuto Raphael. Era lui a doverti insegnare a come usare i tuoi poteri e spiegarti che cosa sei, ma soprattutto cosa succederà se non li saprai controllare>>
<<Che succederà?>>
<< Ogni trenta anni, più o meno, gli elementi terrestri si ricaricano e si scatenano insieme, senza il tuo aiuto noi non riusciremo a fermarli>>
<<Quando avverrà?>>
<<Tra meno di due ore>> io e Blake eravamo completamente pietrificati, il mondo sarebbe finito perché non eravamo stati capaci di sapere cosa fosse successo in anticipo, forse avremmo potuto scoprire cosa stava per succedere << Ti spiegherò brevemente come funziona: il tuo corpo è immune all’elettricità, quindi dovrai contenere tutta la sua potenza dentro di te. Sarà una scarica piuttosto forte, ma cerca di non farla scaricare a terra, contienila, sarà difficile, soprattutto nella seconda parte. Non ti preoccupare non è colpa tua, ma di un brigante che ha ucciso Raphael>>
Un attimo prima ero al settimo cielo e ora avevo le ore contate. Mi sentivo in colpa. Ma non potevo capire come si sentiva Blake, stava sicuramente peggio di me, aveva il peso della vita di tutti gli abitanti della terra sulle spalle. Si sedette a terra con lo sguardo fisso nel vuoto. Gli altri se ne andarono scoraggiati, l’ultimo fu Javier, che con lo sguardo rassegnato se ne andò dandogli una pacca sulla spalla di incoraggiamento. Si vedeva che erano stati allenati da qualcuno, invece che andarsene a piedi se ne andarono volando, almeno alcuni.
Blake se ne stava sempre lì seduto, molto probabilmente non si accorse di essere stato lasciato solo. Mi avvicinai, non si accorse neanche di me. Mi posizionai di fianco a lui e mi lasciai andare sulla sua schiena. Restammo in quella posizione per non so quanto tempo, finché il cielo non si fece nuvoloso tutto d’un tratto. Mi prese la mano e si voltò per guardarmi <<Mettiti al riparo>>
<<Cosa? Ma hai sentito quello che hanno detto, non sarò al sicuro da nessuna parte e poi hai detto che sei più forte vicino a me. Voglio restarti accanto!>>
<<Non voglio vederti morire per colpa mia>>
<<Stai dando i numeri, non è colpa tua e poi il posto in cui voglio morire è accanto a te>> Mi dispiaceva dire quelle parole, ma era l’unico modo <<Ce la farai, ne sono sicura>> Non disse niente. Si limitò a prendere la mia mano e ad appoggiarsi alla mia spalla. In Quel momento ripensai agli in ingredienti del salame di cioccolato, Non erano buoni presi separatamente, ma mescolati erano perfetti. Purtroppo il dolce finiva anche presto, era questo il destino della felicità assoluta. Dalla mia spalla si spostò sulle mie gambe e mi chiese scusa. Non capivo perché, ma mi limitai a guardarlo negli occhi. Li chiuse anche lui e dopo qualche minuto si alzò in piedi. Un suono fragoroso interruppe il silenzio. Si posizionò al centro del tetto e aspettò. Alzò una mano e una scarica lo invase. Non era come le altre, non si scaricava, era sempre lì. Quando i miei occhi si abituarono al bagliore, mi accorsi che era come in preda a convulsioni. Non riuscivo a vederlo in quello stato, fu più forte di me, non era giusto che si accollasse tutto il carico da solo, volevo aiutarlo. Mi ricordai di qualche ora prima, quando ero riuscita a parlare con i fulmini pure io. Forse toccandolo potevo riuscire ad aiutarlo, anche se solo un po’. Mi avvicinai e riuscii a prendergli una mano. Sentii che una scarica attraversò il mio corpo, ma cercai di trattenerla al mio interno. Blake si accorse della mia presenza e mi sorrise, mentre mi avvicinava a sé. Appena mi baciò, sentii lo stesso bruciore alla gola. Poi non provai più nulla.
XXVII° Concorso Nazionale di Narrativa e Poesia “FRANCO BARGAGNA” Pontedera 1° Premio per la categoria Giovani.
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